Calcio, portiere 13enne picchiato dal papà di un avversario: quando la violenza non giustifica la violenza

Quando la violenza non si giustifica con la violenza: riflessioni psicoanalitiche su limiti, separazione simbolica e crescita dei figli. Recentemente, il caso di un portiere 13enne aggredito ha sollevato molte discussioni riguardo a questi temi.

Calcio, portiere 13enne picchiato dal papà di un avversario: quando la violenza non giustifica la violenza

Introduzione

La violenza non si giustifica mai con la violenza. Questa verità, cristallina come un bicchiere di birra, risuona attraverso i secoli con la forza profetica delle parole di Dostoevskij:

“La grandezza di un uomo consiste nella misura in cui sa resistere alla violenza che porta dentro di sé”.

Tuttavia, l’episodio recentemente accaduto durante un torneo giovanile di calcio a Collegno, nelle terre piemontesi, ci offre un’occasione preziosa per scrutare nelle profondità del rapporto tra aggressività, norme sociali e soggettività umana.

Il campo come microcosmo della civiltà

Il campo di calcio, al pari di ogni arena sportiva, non ha certamente come finalità la violenza. Anzi, persino negli sport di contatto più intensi – il basket con i suoi corpi che si scontrano, il rugby con la sua brutalità controllata, il football americano con la sua coreografia di collisioni – ogni impatto avviene all’interno di regole rigorosamente codificate, con sanzioni in caso di trasgressioni.

Queste regole, come ci insegna Freud, non costituiscono meri vincoli esterni imposti dall’autorità, ma rappresentano piuttosto la rinuncia pulsionale, quella condizione indispensabile per la vita collettiva che consente di contenere e canalizzare la spinta aggressiva innata in ogni essere umano. Sono, in sostanza, i pilastri invisibili su cui poggia l’intera architettura della civiltà.

L’irruzione del reale

Tuttavia, come sottolinea Jacques Lacan, al cuore stesso della soggettività umana dimora sempre un resto pulsionale, un residuo irriducibile che sfugge ostinatamente a ogni tentativo di regolazione simbolica. Nonostante le norme più raffinate, la buona volontà più sincera e l’educazione più accurata, episodi isolati di violenza continuano a emergere come testimonianze eloquenti di questo reale: un elemento primordiale che non si lascia domare, che irrompe nella vita sociale con la forza di un fulmine, in maniera improvvisa e spesso drammaticamente incomprensibile.

Nel caso specifico del portiere tredicenne aggredito dal padre di un avversario, osserviamo precisamente questa dinamica in azione. Due ragazzini, travolti dall’eccitazione febbrile della partita, si confrontano in una lotta fugace, una sfida fisica che i regolamenti sportivi e la supervisione attenta degli adulti sono chiamati a contenere. Quando dirigenti e allenatori intervengono tempestivamente per separarli, la scena violenta si chiude, rientrando nell’ordine prestabilito.

L’adulto che tradisce la propria funzione

Ma ecco che irrompe un adulto – il padre di uno dei ragazzi – il quale decide di farsi giustizia con le proprie mani, pronunciando quelle parole che rivelano tutta la sua cecità simbolica: “Mi scuso ma il ragazzo ha colpito mio figlio”. Questo gesto, per quanto possa apparire motivato da un istinto di protezione paterna, ignora completamente le cornici simboliche già presenti e operanti. Ignora deliberatamente il ruolo degli altri adulti, calpesta il regolamento sportivo e, soprattutto, nega ai figli la possibilità fondamentale di affrontare le proprie esperienze con tutte le difficoltà che ciò comporta. La psicoanalisi ci permette di comprendere questa irruzione come un fenomeno speculare e immaginario: l’adulto proietta su sé stesso e sul proprio figlio la frustrazione, cercando disperatamente di risolvere il conflitto attraverso un atto aggressivo, riproducendo e amplificando la violenza invece di contenerla.

Le adesioni mentali e la mancata separazione simbolica

È qui che entra in gioco la questione cruciale delle adesioni mentali. Troppo spesso i genitori vivono ogni colpo subito dal figlio come un colpo diretto alla propria persona, ogni frustrazione del bambino come una ferita personale. Nel delicato contesto dell’infanzia e dell’adolescenza, questo atteggiamento impedisce ai figli di fare esperienza della frustrazione, del fallimento e di quella piccola lotta che costituisce il tessuto stesso del loro percorso di crescita.

L’assenza della dimensione simbolica testimonia la difficoltà profonda del genitore di riconoscere che il figlio è un soggetto distinto e autonomo, capace di cadere e di rialzarsi, di soffrire e di imparare dalla sofferenza. Non bisogna tuttavia pensare alla separazione simbolica come a un rimedio miracoloso che neutralizza magicamente ogni pulsione aggressiva; essa rappresenta piuttosto un’opportunità preziosa per ogni bambino e adolescente di fare esperienza del limite in contesti regolati e sicuri.

Il paradosso della protezione

Naturalmente, quando il figlio si trova in reale e concreto pericolo, l’intervento genitoriale diventa non solo legittimo ma doveroso. Tuttavia, se ogni esperienza viene sistematicamente percepita come una minaccia estrema, si instaura un problema di proporzioni considerevoli: l’adesione mentale si trasforma in un muro vero e proprio, ostacolando la crescita soggettiva del bambino e impedendo la costruzione graduale della propria autonomia soggettiva.

Le conseguenze e la resilienza

L’episodio si conclude con conseguenze tanto reali quanto simboliche: il giovane portiere subisce la frattura del malleolo, la sua squadra si ritira dal torneo per preservare la serenità del gruppo, e l’aggressore viene denunciato alle autorità competenti. Tuttavia, in un gesto che illumina la straordinaria capacità di resilienza dell’animo umano, il sogno del ragazzo non si spezza: “Voglio tornare in campo“, dichiara con una determinazione che sfida la violenza subita e rivela una forza psichica che trascende il trauma.

In questo senso, ogni forma di sanzione severa contro l’altro ragazzo non è un segno di buon esempio. In assenza di un padre regolato, le autorità sono chiamate a svolgere la funzione di un Altro che non punisce il minore, ma che lo regola. Per l’adulto è chiaro che è chiamato ad assumersi le sue responsabilità. Persino il presidente della FIFA, Gianni Infantino, condanna pubblicamente la sua azione: “Il calcio deve essere gioia e divertimento. Condanno fortemente, senza se e senza ma, questo atto vile e vergognoso e ogni forma di violenza”.

Lezioni per l’umanità

In questa vicenda apparentemente marginale si condensano molteplici insegnamenti psicoanalitici di portata universale, ovvero la necessità imprescindibile di limiti per contenere la pulsione aggressiva, il riconoscimento lucido del resto del reale che sfugge a ogni controllo, l’importanza vitale della separazione simbolica e dell’esperienza del limite per lo sviluppo sufficientemente buono dei bambini e degli adolescenti.

È una lezione che trascende ampiamente i confini del calcio, giacché, riguarda l’essenza stessa della vita sociale, la complessità delle relazioni genitori-figli e il modo in cui affrontiamo collettivamente la nostra aggressività costitutiva. Perché, come ci ricordano Freud e Lacan, la violenza non si neutralizza mai attraverso altra violenza, e la crescita soggettiva passa inevitabilmente attraverso la possibilità di sostenere il limite, di elaborare la frustrazione e di accettare la caduta senza trasformare ogni ferita del figlio in una ferita personale.

In questo senso, l’episodio di Collegno diventa una parabola moderna sulla condizione umana: un monito contro la tentazione di rispondere alla violenza con altra violenza, e un invito a riconoscere nella separazione simbolica non una perdita, ma la condizione stessa della crescita soggettiva.

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Dr. Edison Palomino

Psicologo | Psicoterapeuta | Psicoanalista
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